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La musica indipendente non esiste, intervista agli Eva Braun che invocano a gran voce Giorgio Canali

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L’11 Aprile 2016 è uscita l’album d’esordio della band romana EVA BRAUN. L’album si intitola “Dopo di noi il diluvio (Vol.1)” ed è uscito per l’etichetta roma Exit Records. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con la band per conoscere meglio questo loro primo lavoro.

 

1) Come mai avete deciso di chiamarvi proprio Eva Braun?
Scrivere canzoni si avvicina spaventosamente a fare l’amore. E io voglio fare l’amore con Eva Braun. Tutti i giorni. Forse c’è della necrofilia in tutto questo, e non me ne ero accorto. Cazzo.
2) “Dopo di noi il diluvio” già nel titolo ci dona bellezza. Pensate che questo album possa avere a che fare con la bellezza nonostante le forti tematiche di cui tratta?
La frase “Dopo di noi il diluvio” viene attribuita a Madame de Pompadour che voleva consolare Luigi XV dopo la battaglia di Rossbach e che forse prefigurava già la rivoluzione francese e la fine della monarchia.
E’ anche una canzone di Battisti.
Ma chi se ne frega di Madame de Pompadour e di Battisti. Non l’ho scelto io il titolo. Una persona mi disse di scriverle una mail che avesse come oggetto “Dopo di noi il diluvio”. Io le mail non le so scrivere. Qual era la domanda?
3) Come mai la scelta di dividerlo in due volumi?
Perché il secondo voglio farmelo produrre da Giorgio Canali. Il volume uno è solo un demo per lui. Qualcuno lo avverta, per favore. Potete avvertirlo?
4) Dal punto di vista musicale a chi vi sentite più vicini?
A tutto quello che ci fa venire la pelle d’oca. Serve a questo la musica, no? Voglio dire: non voglio essere etichettato come “quello a cui piace Tizio o Caio, che si avvicina alla musica di Sempronio”. Vorrei essere definito come “quello a cui viene la pelle d’oca”. E dovreste iniziare anche voi. Intendo a sentire meno musica e farvi venire di più la pelle d’oca. Sti cazzi della musica.
5) Cosa ne pensate del panorama indipendente italiano?
Scusa, sono andato a vedere per filo e per segno la definizione di “indipendente” sul dizionario. C’è scritto “Autonomo, libero, non vincolato da una superiore volontà”. Mi chiedo solo: quando è nata l’idea di distinguere tra musica indipendente e musica dipendente? Questo credo sia un grave errore che porta a tante prospettive sciocche che ci facciamo in testa, e poi arriva il ragazzino di turno, ci crede, e pensa chissà cosa. Stiamo dando false speranze agli altri e a noi stessi. Il falso mito dell’indipendenza, perché ci siamo tirati su uno studietto di registrazione a casa, o perché postiamo su Facebook la nostra musica caricata su YouTube. Hai notato che gli YouTubers iniziano a fare pubblicità più o meno spudorata nei loro spazi comunicativi? Non intendo lo spot che parte prima di un video: intendo proprio all’interno di un loro video. E loro sono solo dei ragazzini. E già sono così falsi e venduti al mercato. E’ solo una questione di dosi, i ragazzini sono sempre stati usati per fare pubblicità, solo che ora il mezzo di comunicazione sembra essere più orizzontale, e la pubblicità allora diventa più orizzontale. E’ come se a quindici anni i miei amichetti mi avessero suonato al citofono di casa per dirmi “Paolo che fai, scendi a giocare a pallone? E comunque volevo dirti: dovresti provare le nuove Fruit Joy ai frutti di bosco, sono favolose!”.
Tornando alla musica: tutta la musica è dipendente. Ma lo state vedendo Vinyl o no? Lo trovate anche in streaming.
Allora ascolta: esiste da una parte chi ha la pelle d’oca, c’est moi, e dall’altra chi deve alzare un po’ di soldi con la tua pelle d’oca. Che mi pare anche giusto. E’ un baratto. Il baratto non tramonta mai. Io ti do l’oca, e tu mi dai l’affitto del tuo locale per una sera. Una volta ci si guadagnava un pochino di più, oggi un bel pochino di meno, ma d’altronde questi musicisti e addetti del settore cosa si sono messi in testa? Di essere ingegneri? Poi di solito chi ha la pelle d’oca è quello che rimane più fottuto dentro questo meccanismo, ma non perché non ci voglia guadagnare sopra pure lui, figurati, la seconda fantasia del falso mito dell’indipendenza è che ci guadagnerai sopra (qualsiasi cosa ci sia da guadagnare, soldi, sesso, autostima…tutte cose che non servono), il primo è che tu possa farcela da solo. Il terzo è che tutti possono stimolare agli altri la pelle d’oca: si si, anche tu. E tu e tu e tu.
Capisci quante stronzate derivano da questa parola? Indipendente.
Voglio che la virtù non esista in nessun luogo, e che tutti siano corrotti fino al midollo, scriveva un tizio.
Chi ha la pelle d’oca è quello che rimane più fottuto di tutti, perché te l’ho detto, scrivere musica è come fare l’amore. E io dopo aver fatto l’amore non ho mai chiesto soldi. Pensa quanto sono stronzo!
Poi è successo che abbiamo smesso di fare l’amore e abbiamo iniziato a fare sesso. Sesso pure di merda, tra l’altro. Bah. Contenti voi.
Insomma, quello che voglio dire è che la musica è dipendente. Perché la musica la fanno le persone e le cose fatte dalle persone sono manufatti dipendenti.
Ad esempio io dipendo da Giorgio Canali in questo momento.
E da voi, dovete aiutarmi a dirgli di produrci il volume due.
6) Qualche vostro collega che stimate particolarmente?
Umberto Maria Giardini. Vorrei che mi cantasse Verano al mio funerale. Forse “mi cantasse” non è propriamente corretto, dato che io non sentirei un cazzo da morto, diciamo che vorrei cantasse Verano ai presenti, in mia memoria. Sarà la prima volta che non mi verrà la pelle d’oca mentre viene eseguita con me presente. Certo però non credo che UMG faccia i live in parrocchia. Sarebbe fico però: UMG live at camera ardente. Ha suonato di recente in una chiesa metodista, potrebbero pensarci…va bene ho capito: mi dovrò accontentare di farmi passare la versione studio.
7) Quali sono i vostri prossimi impegni legati all’album?
Farlo ascoltare a Giorgio Canali e farci produrre il volume due.