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Intervista ai The Scunned Guests

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Hanno appena rilasciato per Seahorse Recordings il loro primo album “Le Scimmie Urbane”: un disco crudo e autentico, una sintesi, come loro stessi affermano, “delle gioie e dei dolori della vita, di un certo modo di stare al mondo che ci fa sentire spesso attori inadeguati di un’esistenza segnata dalla drammaticità”. Stiamo parlando dell’alternative rock band sarda The Scunned Guests, che vanta ad oggi un’attività live segnata da importanti aperture ad artisti del calibro di Sikitikis, Joe Perrino e 200 Bullets nonché numerosi live in Sardegna. Abbiamo scambiato due parole con Paolo Vodret, membro fondatore e bassista della formazione sassarese.

Come è nato il vostro nome e che significato gli date?

Dovevamo iscriverci ad un concorso musicale inviando due brani, ed ancora non avevamo scelto il nome. Io avevo pensato a “The sudden guest” che viene da un romanzo di Christopher La Farge, introspettivo e psicologico, insomma sullo stile della nostra musica. Volevo aggiungere la “s” al plurale, ma nella trascrizione del nome per l’iscrizione on-line al concorso sbagliai, e scrissi “The Scunned Guests”. Scoprii che si tratta di un neologismo americano usato pochissimo, e spesso riferito a cose volgari, ovvero tutto ciò che esce dal nostro corpo senza che noi riusciamo a controllarlo (sperma, diarrea, sangue dalle arterie etc.), altre volte viene usato come sinonimo di un effetto indesiderato sul nostro corpo (sbucciatura di un ginocchio, squarcio di qualche parte del corpo). Mi piaceva l’idea di un nome assolutamente originale e poco usato, che esprimesse una situazione di fastidio, come “l’ospite indesiderato” insomma, che è la traduzione non proprio letterale alla quale facciamo riferimento per il nostro nome, e che è significativa del nostro messaggio musicale e del nostro progetto artistico in generale, in quanto i nostri pezzi sia dal punto di vista musicale, che nei testi, sono un invito a ragionare a guardarsi dentro, in quanto in ognuno di noi c’è un ospite spesso indesiderato…

Perché avete scelto “Le Scimmie Urbane” come titolo per il vostro ultimo lavoro? E’ forse un modo per sottolineare una sorta di involuzione sociale dell’essere umano?

Le Scimmie Urbane rappresenta alla perfezione la situazione che si è oggi creata nella società liberal-capitalista della quale siamo vittime non troppo innocenti. A volte pensiamo che potrebbe essere offensivo per le scimmie un paragone con noi, in quanto la razionalità e l’intelletto ci avrebbero dovuto distinguere dai primati da dove proveniamo, mentre la società dei consumi, l’avidità, il desiderio di autoaffermazione, l’individualismo e l’egoismo hanno preso il posto di quei valori che nel pensiero classico (intendo della Grecia di Platone ed Aristotele per capirci) erano i capisaldi di qualsiasi comunità di esseri umani razionali, ovvero la giustizia, la libertà, la temperanza, la saggezza e l’amore per citare i principali. Se pertanto ciò che ci distingueva dalle scimmie era la razionalità, osservando l’odierna società occidentale possiamo affermare che adesso siamo peggio delle stesse scimmie, in quanto siamo irrazionali e calati in un contesto urbano, dove o ci si adegua ad un format, ad uno standard imposto, o si rimane completamente tagliati fuori, emarginati. Ecco il senso di quella che chiamiamo evoluzione/involuzione, ci siamo messi giacca e cravatta per entrare nei grandi palazzi dove si decide l’economia mondiale, ma la considerazione che abbiamo della comunità è nettamente inferiore di quella che non solo i primati, ma qualsiasi altro gruppo animale che vive in branco ha dei suoi simili.

 Nei vostri pezzi quanta importanza date ai testi?

I testi per noi sono fondamentali, e sono l’espressione diretta dell’emozione che la musica del brano a cui sono riferiti ci da. Sono spesso minimali ed ermetici per nostra scelta. Prima di questo disco usavamo l’inglese in quanto “lingua universale”, parlata in tutto il mondo. Poi abbiamo deciso di iniziare a scrivere testi in italiano per l’esigenza di esprimere meglio i nostri sentimenti e le nostre idee, e per farci capire senza fraintendimenti almeno in Italia. Tutti i testi nascono da infinite discussioni fatte in sala prove, dove ognuno di noi lascia delle immagini che poi da me (Paolo Vodret) vengono tradotte in parole, o versi (come mi piace pensarli…). Talvolta il cantante (Gianni Senes) apporta delle modifiche funzionali alla metrica o al suo stile di cantare. In generale i testi non vogliono essere scontati e banali, ma allo stesso tempo non vogliono nemmeno essere forzatamente complessi o di difficile lettura (o almeno speriamo…)

Ascoltando la vostra musica si colgono diversi riferimenti; quali sono le vostre maggiori fonti di ispirazione e quali sono i gruppi Rock che più vi hanno influenzato?

Diciamo che tutti i componenti della nostra band hanno lo stesso background musicale che affonda le radici nel rock anni 70 con Led Zeppelin come indiscussi mattatori di quegli anni, ma strizzando gli occhi anche ad esperienze quali Beatles, Pink Floyd, Doors e Deep Purple. Poi sono arrivati gli anni 90 e il Grunge è entrato inevitabilmente nelle nostre vene, dunque Pearl Jam, Nirvana, Faith No More, Soundgarden, Stone Temple Pilots, Alice in Chains, Rage Against The Machine, per citare i maggiori. Della scena più recente ammiriamo Placebo, Radiohead, PJ Harvey, System Of A Down, Scars on Broadway, Foo Fighters, Queens Of The Stone Age, Nine Inch Nails, Tool. In Italia, ci dispiace dirlo, ma ci piace più il materiale degli anni 60-70, con qualche eccezione per band quali Afterhours, Subsonica, Il Teatro degli Orrori, Tre Allegri Ragazzi Morti e poco altro.

Spesso venite etichettati come una Band di “Alternative Rock”, anche se si sente aleggiare in voi uno spirito Punk che molto vi accosta al Grunge intimo e sofferto dei Nirvana; è così?

Sì, le nostre sonorità sono più vicine a quelle melodie melanconiche tipiche di Nirvana ed Alice in Chains, e tematiche Punk si intrecciano con momenti talvolta melodici e talvolta psichedelici. Ci teniamo l’etichetta “Alternative” se questa vuole significare un genere indecifrabile ed originale, se invece vuole essere usato come venne usato per etichettare il fallito esperimento degli Audioslave, allora meglio post punk/grunge…

La cultura della Vostra terra, la Sardegna, ha influenzato in qualche modo il vostro fare musica? Che rapporto avete con essa?

Noi amiamo profondamente la nostra terra alla quale siamo profondamente legati. Essere sardi è un orgoglio, in quantostoricamente siamo un popolo valoroso e ricco di tradizioni. Abbiamo una lingua nostra (che non è un dialetto) che però non abbiamo voluto usare nei testi per non “scimmiottare” alcune esperienze di band isolane che di ciò hanno fatto la loro fortuna…

La nostra isola è un micro-cosmo a parte, abbiamo tutto, montagne, colline, pianure, prati boschi, differenti tipologie di coste, tramonti da sballo e notti di luna piena sul mare cristallino. Abbiamo una superficie in kmq simile a quella dell’Olanda ma siamo solo 1.500.000 abitanti e abbiamo un clima che gli olandesi sognano ogni notte…il brutto è che abbiamo una classe dirigente completamente incompetente che non è mai riuscita a valorizzare la nostra autonomia e le nostre specificità, raccogliendo sempre le briciole di una politica nazionale che ha sempre guardato a noi come la terra buona per fare due mesi di vacanze…

Ci sono gruppi come A Toys Orchestra e Il Pan del Diavolo, tra i tanti, che si sono spostati al centro-nord per cercare di sfondare con la musica. Voi ci avete mai pensato?

Siamo molto legati alla nostra isola, e la sfida è quella di riuscire a fare qualcosa da qui, farci sentire per dimostrare che la nostra insularità è invece sinonimo di apertura verso nuove scene, nuove culture e sonorità che sono lontane migliaia di chilometri da noi.

Come potrebbe evolvere il Rock targato “The Scunned Guests” e quali sono gli obbiettivi che intendete raggiungere?

La speranza è quella di raggiungere una notorietà tale da poter uscire dallo “splendido isolamento” in cui inevitabilmente siamo relegati nella nostra isola, dove le possibilità di suonare live sono ridotte oramai al lumicino. Ci piacerebbe arrivare almeno alla “fascia B”, quella che magari ci permette di suonare in situazioni quali il primo maggio a Roma, o all’Heineken Jammin Festival. Non ci dispiacerebbe neanche qualcosa come Castrocaro o San Remo, in quanto crediamo di avere qualcosa da dire musicalmente che può essere rivolta a tutti, e non solo alla “nicchia” del rock indipendente.

Qual’è la situazione musicale underground sarda? C’è una scena in fermento? Ci sono band che, oltre a voi, meritano di essere menzionate?

Diciamo che le band sono tante, mentre le occasioni di suonare sono pochissime. Il panorama musicale è molto vasto rispetto al numero degli abitanti, i generi sono altrettanto vasti, si va dal garage di Rippers e Five Four Nine al rock di Joe Perrino, dall’indie di Degrinpipol al reggae dei Train to Roots, passando per la canzone d’autore di Dorian Gray, Goose, Settemiglia e La Plonge, l’elettro sperimentale di Mac and The Bee e lo strumentale dei Terzo Sottopiano. Più una marea di gruppi formati da ragazzi giovani che spesso esprimono elementi di originalità davvero interessanti.

Cosa ne pensate di tutta la recente situazione venutasi a creare in e per il Veneto con le richieste di separazione dall’Italia? Anche la Sardegna ha un movimento indipendentista molto radicato o sbaglio? Qual’è la vostra posizione in merito?

Riteniamo che ogni popolo abbia diritto alla propria autonomia e alla autodeterminazione, ancora di più quando le specificità e le diversità dalla supposta “madre patria” sono evidenti come in Sardegna. Il Veneto ha sicuramente delle specificità come Trentino e Valle d’Aosta, ma non tali da pretendere una secessione, a nostro parere. Più autonomia dovrebbe essere data a tutte quelle regioni che hanno caratteristiche socio economiche tali da potersi reggere senza gli aiuti assistenzialisti dello stato centrale. La Sardegna invece, sia dal punto di visto geografico che socio-culturale, ha proprio tutte le caratteristiche per iniziare a rendere effettiva l’autonomia che ora è presente solo sulla carta nel nostro “Statuto di Regione Autonoma”, per poi giungere in maniera graduale ad una sorta di indipendenza economico amministrativa che ci permetterebbe di avere un’incredibile rinascita. Purtroppo la classe dirigente è sorda a tale argomento, o peggio, gli interessi che sono in ballo a Roma sono superiori al desiderio di fare il bene per la comunità sarda (vedi G8 a La Maddalena, situazione trasporti, continuità territoriale etc.). I gruppi indipendentisti esistono, ma sono troppi, non riescono a mettersi d’accordo tra di loro e di conseguenza hanno un peso elettorale che è sotto zero.

Grazie agli Scunned Guests per questa intervista! Per maggiori informazioni sull band visitate la loro pagina Facebook

https://it-it.facebook.com/pages/THE-SCUNNED-GUESTS/108085802576775

A cura di Marco Baricci